ATMOSFERE ARCAICHE / ARCHAISCHE ATMOSPHÄREN / ARCHAIC ATMOSPHERES
1996 - 2000

GALLERIA / BILDERGALERIE / GALLERY (Photos by Stefania Beretta):

LA VALLE E IL MONDO

 

La natura, il paesaggio, l’architettura della Valle Maggia, terra d'origine della madre, hanno sempre fatto da sfondo, sono sempre stati un referente fondamentale nel lavoro di Pierre Casè, che con questi elementi ha stretto un rapporto non soltanto figurativo, bensì anche materico. La Valle Maggia, specchio del mondo. Il lavoro di Pierre Casè è ricco di immagini evocative e tuttavia informale, accomuna la forza arcaica del passato all’attualità del presente e stabilisce un contatto del tutto personale con l’arte del suo tempo. Basta camminare lungo la valle per scoprire le sue fonti d’ispirazione. I muri delle case martoriati dal tempo diventano immagini. L’artista ha usato anche quelli recanti incisi i segni che rimandano a misteriose rune del passato o a graffiti del presente e que per questo testimoniano una presenza umana. E anche linee d’orizzonte, strutture di sasso, forme vegetative. Concordanze rimaste allo stato inconscio possono riemergere improvvisamente nella sfera della consapevolezza, così come capita quando si ritrovano fotografie dimenticate per anni, e si constata meravigliati come i muri presentino strutture simili a quelle dei nuovi lavori. Anche nell’astrazione c’è sempre un rapporto col mondo della forma.

 

Le immagini votive che la gente del luogo ha fatto dipingere da qualche artista locale per una grazia ricevuta e che si possono vedere su muri e cappelle camminando lungo i sentieri della valle hanno un’importanza tutta particolare per Casè. Anch’egli ha ricevuto una grazia all’inizio dello scorso anno, allorché una grave malattia ne ha messo in pericolo la vita, non solo l’esistenza artistica. La lotta, vinta, contro il male ha liberato in lui nuove e insospettate energie. Le esperienze più elementari che la natura della sua valle ripropone a ogni pie' sospinto sono diventate le esperienze del suo corpo, le cui funzioni non si esplicano più con automatismo fisico e, proprio per questo, sono percepite con grande intensità. Vedere, focalizzare, con gli occhi, stringere, toccare, con le mani, mettere un piede dopo l’altro, camminare – gesti quotidiani, compiuti prima senza reflettere, sono diventati ersercizi da ripetere, da affrontare con una nuova consapevolezza.

 

Questa percezione forte del corpo si è ispessita anche nella coscienza di tutto ciò che con essa ha a che fare, di tutto ciò che ha origine nel cervello. È in questo accavallarsi di esperienze che vanno collocate e nascono le Teste arcaiche, forme primigenie e viste nell’ottica delle scienze naturali. Imitano il calco di due emisferi cerebrali che, con la ricchezza delle varianti formali di qualcosa che è, pronunciano una dichiarazione esistenziale, esplicitano l’esperienza per cui anche un seppur minimo spostamento della materia delicata in essi racchiusa altera il nostro modo di pensare, di sentire, di agire.

 

L’arco che sovrasta le teste come un elmo ricompare anche nelle Atmosfere arcaiche, colloca la composizione informale nell’evocazione simbolica. L’arco – che protegge senza (co)stringere – è tetto e volta, rimanda a un antro, luogo sacrale per gli Antichi, al grembo materno o alla porta che conduce in un altro mondo, verso l’alto, alla trascendenza del materiale. Ma la dimensione materiale rimane importante come polo opposto di questo serrato confronto tra materia e spirito, così presente da far sì che una figura non sia mai solo figura, perché viene spontaneamente ad avere il carattere di icona.

 

Anche le stele puntano verso l’alto, non solo in senso spirituale, bensì anche come crescita organica, poiché messe l’una accanto all’altra sembrano alberi.  Del resto, questa crescita organica è insita nel modo di lavorare di Casè, i cui lavori non si compiono nell’arco di una giornata. Gli strati si sovrappongono, come lo gneiss, roccia sedimentaria che in Valle Maggia dà le piode per i tetti delle case, strati che racchiudono le percezioni, gli umori, le riflessioni che si succedono col trascorrere dei giorni e l’avanzare del lavoro. Le stele hanno però un’aura sacrale, come nelle tradizioni più antiche, sono lapidi commemorative, alla stessa stregua delle immagini votive, quantunque non rechino alcuna iscrizione e non rimandino a un fatto concreto, intrise dei molti significati del segno.

 

In questo lavoro in cui gli aspetti arcaici sono molto presenti, quasi virulenti, si ha l’impressione di sentire l’azione di forze magiche, che potrebbero essere ancora presenti in valle. E tuttavia questo lavoro appartiene pienamente all’oggi. La curiosità e la voglia di scoprire, che spingono un artista come Casè a visitare mostre e musei, si ritrovano anche nei suoi incontri con altri artisti, dei quali conserva le impressioni, rimanendo però completamente libero di seguire l’ispirazione che nasce creando in studio. Questo essere con sé stesso e con gli altri caratterizza altresì il rapporto tra l’artista e i materiali che usa. Casè li spiritualizza, li trascende sottoponendoli a un processo alchemico, ma essi rimangono importanti in quanto materiali, non soltanto per l’attrazione esercitata dalla superficie, ma anche, e forse soprattutto, per le energie che racchiudono.

 

Li trova qui e adesso, nella sua valle, dove nasce anche il suo mondo di immagini, carichi di storia e di storie. Il sasso cresce lento, come i minerali dentro di esso, la sabbia del fiume che ha già compiuto un lungo viaggio e un altro altrettanto lungo compirà, i pigmenti, legati con la colla ottenuta con le ossa di coniglio, la terra, l’asfalto, il catrame – e la cenere, ma solo quella del camino di gente che conosce, sapendo quale legna brucia e quale tonalità darà. Aperto e curioso anche in questo, Casè sa altresì utilizzare materiali raccolti in viaggio, materiali inconsueti, come può esserlo la carta di paglia.

 

 

Dr. phil. Martin Kraft, 2002

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